Sia ognuno pronto ad ascoltare
Documento per l’Assemblea Diocesana nell’Anno dell’Ascolto.
Agrigento, 20 giugno 2009
1. CONTENUTI ECCLESIOLOGICI E METODOLOGIA DI
LAVORO DELL’ANNO DELL’ASCOLTO
Nella sua prima Lettera Pastorale “Sia ognuno pronto ad
ascoltare”, il nostro Arcivescovo, invitando ad un particolare esercizio di vita
ecclesiale chiamato “Anno dell’Ascolto”, ricordava i riferimenti teologici che
fondano e manifestano il mistero della Chiesa e ne determinano la sua indole di
comunione spirituale e, allo stesso tempo, la sua azione missionaria nel mondo.
1.1. Chiesa riflesso di Cristo che ci raccoglie in unità
Come guardandosi allo specchio la Chiesa Agrigentina è stata chiamata dal suo Pastore a :
a) Riconoscere le meraviglie che il Signore ha compiuto
nella Chiesa agrigentina … ascoltare e verificare la ricca tradizione delle
tante cose fatte sulla base di studi e profonde intuizioni…per afferrare i punti
di forza sui quali si è investito e che ci hanno fatto camminare come Chiesa.
b) Attenzionare ciò che il Signore vuole comunicarci e ciò che gli uomini hanno
bisogno per lasciarsi incontrare da Lui.
c) Mettersi in ascolto di ciò che lo Spirito dice alla nostra Chiesa qui e ora;
sfide, difficoltà, potenzialità, esigenze, scenari che dobbiamo essere capaci di
riconoscere e di affrontare evangelicamente;
d) Realizzare una lettura attenta e sapiente del presente…che si scrolli di
dosso il peso di certe nostalgie e che ci consenta di essere Chiesa del Risorto
oggi, in questo territorio così bello e travagliato. Perché essere comunità dei
credenti oggi è diverso rispetto a venti o trent’anni fa: ci troviamo a
fronteggiare nuove sfide, difficoltà, potenzialità, esigenze, scenari …che
dobbiamo essere capaci di riconoscerli e di affrontarli evangelicamente
Riecheggiando la Costituzione dogmatica del Concilio Vaticano II, Lumen Gentium, nell’anno dell’Ascolto, la Chiesa agrigentina, ha professato che:
- Cristo è la luce delle genti;
- con la guida del suo Pastore, il popolo di Dio in Agrigento radunato dello
Spirito Santo, si è posto dinanzi al Signore Gesù Risorto, perché più
risplendente ed intenso fosse il suo riflesso, così da annunciare più
ardentemente il Vangelo ad ogni creatura;
- siccome la Chiesa è, in Cristo, in qualche modo il sacramento, ossia il segno
e lo strumento dell'intima unione con Dio e dell'unità di tutto il genere umano,
con l’Anno dell’Ascolto ha inteso con maggiore chiarezza riscoprire la sua
missione, particolare e universale;
- per le condizioni degli uomini e delle donne di oggi - in questo territorio
così bello e così travagliato insieme – è urgente un annuncio nuovo del Vangelo;
non un annuncio che cammini di pari passo con le mode del tempo ma che riesca a
creare modi nuovi di essere per rispondere fedelmente al Dio dei vivi e non dei
morti.
Questo è l’impegno della Chiesa Agrigentina: che tutti possano conseguire la piena unità in Cristo.
1.2. La missione del popolo di Dio nel mondo
Con il suo Vescovo la Chiesa Agrigentina :
- riconosce che l’ottica opportuna con cui vedere la
Chiesa proviene da Dio; è un’ottica sacramentale, misterica e di popolo di Dio
in cammino, per la quale azione traspare la presenza del Signore cha ama e guida
la storia (passato, presente, futuro);
- aderisce e prospetta una finalità alla vita della Chiesa, popolo di Dio, che è
l’edificazione del Corpo di Cristo: “Quando S. Paolo parla della Chiesa, usa
l’immagine del corpo per indicare che tutti facciamo parte dell’unica realtà che
ha Cristo come capo; e il corpo vive dell’unione armonica delle membra le quali
si sentono parte di un sistema di vita più grande che li comprende e li
valorizza e sentono il bisogno l’uno dell’altro. Dunque tutti siamo chiamati in
causa, pronti a far sentire la nostra voce”;
- crede che lo Spirito parli nelle sfide che il mondo lancia alla Chiesa; nelle
potenzialità che offre e nelle esigenze e scenari che presenta; (Interpretarli
sapientemente e affrontarli evangelicamente è compito di una Chiesa che vive nel
mondo).
- intuisce che il Piano Pastorale della Chiesa Diocesana, sulla base del duplice
ascolto di Dio che si comunica e degli uomini che hanno bisogno di lui, è la
concreta adesione di obbedienza alla volontà di Dio, struttura portante del suo
cammino (letto il passato, interpretato il presente, linea conseguente per il
futuro: premessa e sostanza per i prossimi piani pastorali diocesani).
Anche qui, riecheggiando la Costituzione Conciliare, Gaudium et Spes (11; 40),
la Chiesa agrigentina ha professato che:
- il popolo di Dio in Agrigento, mosso dalla fede e condotto dallo Spirito del
Signore , ha inteso discernere negli avvenimenti, nelle richieste e nelle
aspirazioni, cui prende parte insieme con gli altri uomini del nostro tempo, i
segni della presenza salvifica di Dio;
- la fede rischiara tutto di una luce nuova, e svela le intenzioni di Dio sulla
vocazione integrale dell'uomo, orientando così lo spirito verso soluzioni
pienamente umane.
- elevare la dignità della persona umana, consolidare la compagine sociale del
nostro popolo e offrire un più profondo significato ad ogni impegno dell’umanità
nella nostra terra è diffusione e irraggiamento della luce divina di cui la
Chiesa vive;
- perseguendo il suo proprio fine di salvezza, la Chiesa non solo comunica
all'uomo la vita divina, ma lo purifica, lo risana e lo eleva.
1.3. Stile e metodo del lavoro
Nella Lettera Pastorale dell’Arcivescovo veniva indicato anche uno stile e un metodo di ascolto nella Chiesa e della Chiesa.
Lo stile che sostiene il metodo scelto…e gli
atteggiamenti che devono caratterizzare l’anno dell’ascolto sono: comunione,
famiglia, amicizia, franchezza, amore alla Chiesa, ricerca della verità,
desiderio di crescere, ascolto sincero... Tutti i figli di Dio devono sentirsi
coinvolti, prestando particolare ascolto a coloro che noi non avviciniamo.
Il Metodo: Si è proposto un itinerario in tre fasi: quella parrocchiale, quella
foraniale / zonale ed infine la fase diocesana. Offrire poche ed essenziali
indicazioni per l’adempimento pastorale dell’anno dell’ascolto, è stata una
scelta voluta.
Sostanzialmente si chiedeva:
Fase Parrocchiale - Ai Consigli Pastorali Parrocchiali di realizzare un’Analisi della situazione pastorale soddisfacente o insoddisfacente e portarla alla discussione in una Assemblea Ecclesiale di tutti i battezzati (la storia che ci lasciamo alle spalle);
Fase Foraniale/Zonale - Al Vicario Foraneo - con i
presbiteri e le rappresentanze del popolo di Dio, primi fra tutti i laici
delegati dalle Parrocchie - di fare sintesi delle stesse Analisi, rilevando “gli
elementi comuni” e cogliendo “i segni dei tempi” (il discernimento sul presente
le sfide che lo riempiono).
A questa scansione (Parrocchiale, Foraniale ed infine Diocesana) che
inizialmente era stata proposta, in uno spirito teso a favorire l’ascolto e il
confronto, è parso opportuno aggiungere anche una fase zonale. È stata proposta
una scheda (elaborata sulla base di quanto emerso nelle fasi precedenti) sui
“Segni dei tempi e prospettive pastorali” che i Delegati Parrocchiali dovevano
portare alla discussione dei Consigli Pastorali, per poi riferirne al Vescovo in
Assemblea Zonale (le prospettive per il cammino che si apre davanti a noi).
Fase Diocesana. Ad un’Assemblea Diocesana, di disporsi in unità ed obbedienza al Vescovo, per camminare nella via indicata da Dio e da noi percepita con l’ascolto diffuso.
1.4. I segni dei tempi
Nel mettere insieme le Analisi Parrocchiali e gli elementi comuni presenti nei
Vicariati Foranei, è sembrato che si manifestasse una coscienza ecclesiale
condivisa, di aspirazioni comuni nel nostro popolo.
Con le aspirazioni e la coscienza collettiva, i segni e i fatti, intrecciandosi
rimandano al loro significato più profondo e rivelano alla Chiesa, aspetti
nascosti dello spirito umano, dando ad essi una carica di futuro. Questo
intreccio può e deve essere letto e interpretato alla luce della fede,
congiungendo il significato storico degli avvenimenti con quello trascendente ed
escatologico. Si tratta pur sempre di fenomeni che manifestano un’apertura ai
valori spirituali mediante i quali l’uomo si trova sul cammino che lo conduce al
Dio vero, trascendente, personale.
Nell’Anno dell’Ascolto, i “segni dei tempi” sono identificati con quei segnali,
non immediatamente percepibili, presenti sempre in situazione umana ambivalente
se non ambigua, che hanno necessità intrinseca di essere letti alla luce del
Vangelo, nell’insieme del piano di Dio, per discernere quello che è coerente o
no con il suo progetto.
Si è ritenuto perciò che questi segni siano l’invito che Dio fa alla Chiesa mediante la storia, per indicarle la via: un messaggio rivolto alla Chiesa agrigentina perché essa stessa si renda segno leggibile per l’umanità di questo tempo e in questo luogo.
Si è ritenuto, infine, che questo stile conciliare della cosiddetta “lettura dei segni dei tempi” sia condizione per il rinnovamento della Chiesa Agrigentina.
2. ELEMENTI COMUNI EMERSI DALLE ANALISI DELLE ASSEMBLEE PARROCCHIALI
Da ciascuna e dall’insieme delle singole “Analisi” dell’Anno dell’Ascolto sono emersi due elementi di valore fondamentale e alcuni elementi comuni, come “segni dei tempi” per il futuro cammino della Chiesa di Agrigento.
2.1. Primo elemento fondamentale: la maturazione ecclesiale delle parrocchie e la testimonianza di Cristo, passano attraverso l’accoglienza e l’adempimento delle disposizioni pastorali del Vescovo.
In forma semplicemente dichiarata, anche se non molto
approfondita, si è affermato che si può comprendere la natura e la missione
delle parrocchie – e mai della singola parrocchia – solo in riferimento alla
Diocesi e sotto la guida del Vescovo.
Allo stesso tempo si è mostrata la disponibilità, dopo il discernimento
comunitario, ad essere da lui richiamati, confermati e nuovamente indirizzati
nella testimonianza di Cristo, secondo le indicazioni dello Spirito.
2.2 Secondo elemento fondamentale: con il concorso delle diverse
componenti ecclesiali, nessuna esclusa, si realizza il “discernimento
comunitario” che riconcilia la Chiesa con la sua identità di popolo di Dio e con
la sua missione nel mondo.
Si è sperimentato che solo con il concorso dell’intera compagine
ecclesiale (sacerdoti, diaconi, ministri istituiti e straordinari, istituti di
vita consacrata, uffici di Curia, organismi di partecipazione, parrocchie,
associazioni, movimenti, gruppi, operatori pastorali e battezzati tutti) è
stato possibile maturare gradualmente e globalmente come popolo e portare avanti
l’analisi della realtà e la sua interpretazione alla luce della fede.
Partendo dalla visione della Chiesa come mistero di comunione con Dio e
dell’umanità in se stessa, e leggendo i segni e l’azione di Dio nella storia, si
è dichiarato che – come Chiesa – si intende raggiungere una nuova coerenza di
vita individuale e comunitaria.
La comunione ecclesiale ideale e operativa attorno al Vescovo e il
discernimento comunitario ad ogni livello di vita ecclesiale e sempre congiunto
al suo, si rivelano come segni dei tempi prioritari e da non più tralasciare per
il rinnovamento della Chiesa in obbedienza allo Spirito di Dio.
2.3. Gli elementi comuni emersi dalle Analisi
Si tratta di alcuni elementi rilevati pressoché uniformemente e che già inducono ad alcune considerazioni.
2.3.1. Non essendo stata offerta nessuna griglia, la struttura delle analisi differisce da parrocchia a parrocchia. Poiché destinatarie erano le singole comunità parrocchiali è evidente che il punto focale di osservazione rimane la Parrocchia (sono rari, soprattutto nella prima fase dell’Anno, i riferimenti alle zone o alla Diocesi anche se non del tutto assenti). Quasi tutte rilevano un considerevole tasso di discordia e disunione all’interno della comunità, fra gli aderenti a diverso titolo. Si riconosce la validità della Parrocchia e di ciò che essa realizza; anche quando si denuncia qualche limite, al rovescio si dice quale dovrebbe essere la realtà. Validità e limite della Parrocchia, in genere sono analizzati in riferimento inscindibile alla missione delle Parrocchie verso persone che colgono ormai più il riferimento antropologico che territoriale e chiedono maggiore fraternità e accoglienza da parte delle comunità.
2.3.2. Le parrocchie trovano riconoscimento più come organismo sociale, come centro di servizi pastorali e di attività, che come comunità di vita evangelica. Le stesse necessitano di una verifica circa la dislocazione nel territorio e di un progetto che armonizzi tutti i servizi pastorali tra di essi e con le forze laicali e presbiterali, per poter offrire una presenza adeguata, incisiva e profetica e rispondere alle mutate esigenze. Si afferma il valore percepito e non attuato della vita coniugale e della testimonianza della vita familiare nella Chiesa e nella società, per una integrale maturazione del mondo giovanile e la trasmissione della fede. Si evidenzia infine il rischio di una fede che prenda la deriva devozionistica e privata.
2.3.3. La mancanza di apertura all’universalità corrisponde a una debole coscienza dell’essere Chiesa - comunità (parrocchiale e diocesana). Si avverte l’esigenza che questa qualifichi sempre più la formazione degli operatori pastorali e renda effettive le strutture di partecipazione, in vista di una missione in cui ciascuno sia responsabile di un compito per il bene della stessa (e non dei singoli soggetti o gruppi) e per la salvezza di quanti vivono lontano da essa.
2.3.4. Si percepisce la potenza dei mass media che impongono modelli difformi dalla proposta evangelica e si rileva la lettura moralistica di queste realtà che gettano le comunità nella rassegnazione e nello sconforto. Si presenta a tinte fosche e quasi disperata la condizione dei giovani (spesso associati ai termini disagio e problematiche), uniformemente descritti come vittime della diffusa immoralità e dell’incremento delle sostanze alcoliche e psicoattive. La vita coniugale e della famiglia – in simbiosi con quella dei giovani - viene rilevata con gli stessi toni cupi, raramente cogliendo i segni di speranza che sono diffusi qua e là nelle parrocchie. Le risposte che si prospettano per rinnovare l’atteggiamento della Chiesa verso i giovani e le famiglie, in genere fanno riferimento a persone adulte, – famiglie, laici e preti - che si mettano a servizio, condividendo tempo, interessi e spazi.
2.4. Gli elementi comuni per i singoli livelli di pastorale
Così come è stato fatto in molte Foranie si è provato a
sintetizzare il lavoro delle analisi, utilizzando una griglia con gli elementi
vitali di una Parrocchia. Non si è inteso essere esaustivi, né nell’indicazione
dei livelli, né nella quantità dei rilievi emersi.
2.4.1. Liturgia
Ci si ritiene soddisfatti per le liturgie celebrate, per la religiosità popolare
con le feste patronali, per la partecipazione di buona parte dei fedeli alla S.
Messa domenicale e ai sacramenti dell’iniziazione cristiana. Tuttavia si lamenta
una frattura fra il momento celebrativo e la vita dei singoli battezzati.
In tanti sottolineano il disagio delle divisioni fra sacerdoti, gruppi
ecclesiali, singole persone impegnate…mentre tutti celebrano il Mistero.
Anche per la religiosità popolare si constata una carente centralità
cristologica ed il rischio di una sporgenza nel folklore e nella
spettacolarizzazione del sacro.
In molti sollevano la richiesta di una formazione ‘mistagogica’ attraverso cui
si comprenda il Mistero celebrato e si avverta il bisogno di tradurlo nella
vita.
Si richiede che anche la vita di preghiera, personale e comunitaria, sia
maggiormente valorizzata
2.4.2. Catechesi
È diffusa la percezione che il modello ‘scolastico’ per la catechesi ormai
non funzioni più. Anche se non è detto esplicitamente, in molti riprendono
l’impianto delle Note della Chiesa italiana sulla riscoperta della fede
attraverso il modello catecumenale.
Emergono alcune linee: fare in modo che le famiglie siano maggiormente coinvolte
nella formazione catechistica, che sia più forte l’idea di un cristianesimo che
è innanzitutto incontro con una Persona, che ci sia più spazio per la conoscenza
della Sacra Scrittura, che si consideri catechesi l’esperienza di vita cristiana
in quanto tale.
2.4.3. Carità
L’argomento è affrontato in modo quasi marginale, demandando alla carità
cristiana la semplice assistenza di qualche persona povera attraverso i generi
alimentari.
C’è ancora molta confusione fra Caritas parrocchiale e forme di volontariato e
di assistenza.
Manca un visione organica, ordinata e comunitaria della carità come elemento
fondante la vita cristiana, che traduce il Mistero celebrato e attualizza il
contenuto della Catechesi.
2.4.4. Pastorale del territorio
L’analisi a questo livello rivela una tenuta della parrocchia-istituzione,
come centro di servizi pastorali e di attività che trovano la soddisfazione dei
fedeli, ma nel contempo avverte una mancanza di presenza incisiva e profetica
nel territorio.
In esso prevale una fede “privatistica”, legata alle devozioni e alle tradizioni
ma che non riesce a trasformare evangelicamente gli stili di vita. Si denuncia,
cioè, il fatto che la comunità parrocchiale si interessa poco del territorio in
cui è inserita; quasi non si sente parte di esso e pensa che tutto ciò che
accade oltre le proprie mura non le riguardi.
Problematiche gravi come la mentalità mafiosa, lo spaccio di droga, le tante
ingiustizie, i disagi, la violenza all’ambiente…non rientrano nell’interesse dei
più. Qualcuno chiede di tornare ad una visione di Chiesa che si inserisce nel
mondo, fa sentire la propria voce, realizza scelte coraggiose e profetiche.
Si sottolinea anche la necessità di una azione comune fra le diverse parrocchie
di uno stesso comune (o con le Unità pastorali o con una più visibile comunione
fra i sacerdoti)
2.4.5. Pastorale giovanile
Nella quasi totalità delle analisi emerge la preoccupazione per il mondo
giovanile.
Si riconosce che la realtà è complessa e si invoca forte l’intervento della
Chiesa con una più efficace pastorale giovanile e con una proposta formativa in
grado di far arrivare anche ai giovani l’annuncio di libertà e di vita del
Vangelo.
2.4.6. Gruppi, movimenti e associazioni
Si riconosce che la presenza di gruppi, movimenti e associazioni è
una benedizione di Dio. Il fiorire di queste realtà laicali ha consentito a
molti di avviare cammini di conversione, di partecipazione, di scoperta di
carismi, di entusiasmo evangelico.
Tuttavia in tanti lamentano la poca comunione fra i diversi gruppi; a volte, la
presenza di più gruppi, all’interno della stessa parrocchia, non coincide con
una animazione del mondo laicale, quando non scade nella divisione e
nell’incapacità di lavorare insieme.
Da parte di tanti emerge la necessità di una formazione in grado di far
riscoprire la corresponsabilità laicale nella conduzione della parrocchia.
2.4.7. Organismi di partecipazione
Si registra il fatto che nell’ultimo ventennio vi sia stata una maggiore
attenzione a questi organismi ma si dice espressamente che ancora molto rimane
da fare. Non ci sono in tutte le parrocchie e non sempre quelli esistenti
riescono a lavorare bene.
La storia che ci lasciamo alle spalle risente ancora del ruolo centrale del
presbitero il quale, a volte, pensa di dover fare tutto. Emerge la necessità di
riscoprire la ministerialità laicale unitamente al rispetto dei fedeli laici,
cui compete l’animazione del mondo.
Si chiede, pertanto, che i ministri ordinati riconoscano la funzione degli
organismi di partecipazione e siano i primi promotori di una loro ripresa (anche
attraverso strumenti formativi), a livello parrocchiale e diocesano.
In particolare tanti invocano trasparenza nella gestione dell’amministrazione
parrocchiale, dando effettivo valore al Consiglio per gli affari economici.
2.4.8. Missione
Appare debole la spinta missionaria della Chiesa, sia nel rapporto con il
proprio territorio (oltre i confini parrocchiali), che nell’attenzione ad un
respiro universale (cattolico). Questa lacuna fa pensare ad una chiusura ad
intra pericolosa.
2.4.9. Pastorale familiare
Si sono evidenziate le problematiche. Dalle Analisi sono emerse rare
esperienze pastorali in atto e lacune nella progettualità pastorale familiare.
3. LETTURA DEI SEGNI DEI TEMPI
EMERSI DALLE ASSEMBLEE FORANIALI
La variegata analisi, fatta in ogni singola parrocchia, ha sollecitato le
Foranie a raccogliere gli elementi comuni e ad interrogarsi su cosa il Signore
oggi stia chiedendo alla Chiesa agrigentina. Il livello di attenzione qui è
stato più elevato, smarcandosi dalla tentazione di rispondere punto per punto
alle singole problematiche emerse.
Si è provato a leggere la storia con gli occhi di Dio: Dio che guida la storia
e in essa ci salva. Si è posta l’attenzione su alcuni segni da interpretare alla
luce del Vangelo, per promuovere comunitariamente il rinnovamento della comunità
diocesana e parrocchiale, e consentire a tutti di giungere a Cristo e alla sua
salvezza.
3.1. PRIMO SEGNO
La spiritualità di comunione ecclesiale che raccordi la liturgia con la vita
In un mondo che aspira all’unità, scossa dai flussi
migratori e sollecitata dalla convivenza con persone di altre culture e
religioni, anche i credenti vengono fortemente interpellati alla comunione dalla
celebrazione eucaristica, culmine e fonte della vita cristiana.
La qualità delle celebrazioni liturgiche è cresciuta e risulta gratificante
soprattutto quando, raccolti in unità da Cristo, i fedeli sono tutti invitati
alla missione senza alcuna distinzione di appartenenza. I sacramenti continuano
a segnare la vita delle famiglie. Tuttavia ancora la Liturgia non è celebrata
con profonda verità, così da trasformare la vita e portare a testimoniare il
Cristo Risorto.
Le appaganti celebrazioni, l’intensificarsi della richiesta di riti e gesti
sacri, le diverse spiritualità presenti nella comunità sembrano non generare
comunione. La comunità appare spesso “disunita in se stessa”, divisa in fazioni
contrapposte, creando così una maggiore distanza dai non praticanti e dalla
vicende del nostro territorio che soffre diversi e antichi mali.
Il bisogno di spiritualità non cresce proporzionatamente con la capacità di
vedere e giudicare la realtà al modo dello Spirito di Cristo. Stenta ad
evidenziarsi una piena consapevolezza della dimensione comunitaria vivificante
dei sacramenti, partecipati prevalentemente a livello individuale. Ma
soprattutto appare ancora lungo il percorso per portare la Parola e l’Eucaristia
al centro della vita vissuta dei credenti.
Le molteplici forme di povertà morale, spirituale, culturale e materiale, la
presenza momentanea di immigrati che sulle nostre coste sbarcano e la presenza
stabile fra noi di cittadini italiani fedeli di altre religioni o che in altro
modo ricercano il sacro e il benessere, interpellano i discepoli di Gesù, sulla
qualità della vita spirituale ecclesiale e sulla incapacità di partecipare al
mondo la comunione d’amore donata.
Alcune “correnti spirituali” interpellano la Chiesa: la ricerca del sacro per
vie non religiose e la crisi delle istituzioni religiose; la ricerca di silenzio
– preghiera – contemplazione, così come l’impegno di tanti nel volontariato a
servizio degli ultimi. Queste correnti chiamano la Chiesa ad esprimere la sua
natura di “spiritualità di comunione” e a non vivere disincarnata, contristando
o spegnendo lo Spirito
Il bisogno di Dio che anche la nostra società manifesta, è vocazione e
conversione della Chiesa. Non si tratta di appagare la ricerca superficiale del
sacro, ma di trasformare la vita della comunità cristiana “al modo di Dio”, per
offrire non altre “liturgie”, ma la “liturgia della vita”, ed ogni credente
senta il bisogno di non offrire cose ma di offrire se stesso ‘come sacrificio
vivente, santo e gradito a Dio’ (Rm 12,1).
3.2. SECONDO SEGNO
Il rapporto fra le generazioni adulte e giovanili, la trasmissione della fede
nella famiglia, protagonista nella Chiesa e nella società
La crisi del rapporto tra le generazioni, la critica della “tradizione” e la
difficoltà degli adulti a trasmettere la fede, la marcata percezione
“individuale” della persona, la difficoltà a determinarsi circa il futuro da
costruire e raggiungere, rendono emergente la cosiddetta “questione o
problematica giovanile”.
Tutte le comunità parrocchiali hanno intuito l’invocazione di aiuto del mondo
giovanile. Quando si è dato modo ai giovani di parlare si è preso atto della
distanza degli adulti dalla loro invocazione e dal Signore che in essi ci parla.
I giovani vogliono contare nella società non come oggetto di studi sociologici
ma come soggetto di azione. Il loro protagonismo mal sopporta una generazione
adulta che fa da maestra, quando poi contraddice nei fatti ciò che insegna. Essi
amano la comunicazione e soffrono la mancanza di dialogo in famiglia, quando
questo non risulti libero dalle paure genitoriali; non sopportano gli
autoritarismi ma ricercano l’autorevolezza delle figure parentali; cercano di
affermarsi per uscire dall’anonimato e ricercano anche inconsapevolmente dei
modelli credibili di riferimento; sono fragili affettivamente ma più attenti al
mondo dei sentimenti.
E’ evidente e comprensibile l’amarezza delle comunità ecclesiali, espressa – a
volte con tratti moralistici – per i mille volti del disagio giovanile: alcool,
droga, dispersione scolastica, difficoltà nel rapporto con i genitori,
disoccupazione e il fatto che buona parte di loro si allontani dalla vita
parrocchiale se non, addirittura, da quella cristiana. Queste istanze variamente
colte dalle comunità, possono sintetizzarsi nella espressione definita
“emergenza educativa” , sinonimo per i credenti, secondo Papa Benedetto XVI,
della questione chiamata “trasmissione della fede”.
Pur nelle difficoltà, la vita della famiglia e le relazioni fra le famiglie
restano una struttura permanente di educazione all’ascolto e al dialogo, da cui
la Chiesa diocesana ha da apprendere e a cui offrire le attenzioni primarie
della sua pastorale.
Dall’unanime “grido di invocazione” e ricordando la potenza che Dio ha nascosto
nelle aspirazioni e nella voglia di cambiamento del mondo da parte dei giovani,
le comunità parrocchiali sono invitate a ricomprendere l’umanità della fede, la
bellezza delle relazioni scevre da moralismi, da “proselitismi”, da
estraneamenti derivanti da convinzioni culturali. Tutto ciò se si vuole
riscoprire la fede come una educazione alla vita, alle relazioni di ascolto,
agli affetti e alle virtù. La fede nasce dall’ascolto: educarce all’ascolto per
tracciare strade e percorsi per il futuro, senza paure che precludono.
3.3. TERZO SEGNO
La Chiesa e il rapporto con il territorio
Il fatto che solo in poche analisi emerga il rapporto fra
parrocchia e territorio, solleva più di un interrogativo sull’identità della
comunità ecclesiale.
All’attenzione delle parrocchie sfugge la lettura del territorio, con le sue
problematiche (disoccupazione, degrado…) e le sue piaghe (mafia, pizzo, usura,
corruzione, immigrazione e sfruttamento).
Emerge comunque un maggiore desiderio di legalità e di giustizia sociale, di
formazione alla carità, accoglienza dello straniero, attenzione a chi soffre e
all’ambiente. Necessitano scelte coraggiose che portino clero e laici a tagliare
definitivamente la collusione con una politica clientelare e interessata. Le
comunità avvertono la mancanza di presenza incisiva sul territorio ma non
trovano adeguata motivazione e preparazione per proporsi ad esso se non con
attività pastorali tradizionali.
Timidamente le parrocchie si accorgono che è necessario un lavoro d’insieme
che unisca le forze in un progetto comune. Si evidenzia il crescente superamento
della territorialità parrocchiale, in quanto i fedeli cercano di trovare spazio
in quelle comunità o in quei gruppi e movimenti dove maggiormente trovano
accoglienza.
La maggioranza dei battezzati resta fuori dalla pratica sacramentale e pochi
sono coloro che sono disposti ad impegnarsi nella vita di comunità. I nuovi
insediamenti abitativi e lo svuotarsi dei centri storici interpellano i pastori
a considerare se la distribuzione geografica delle parrocchie serva le vere
necessità del territorio.
Il Buon Pastore, che cerca anche le pecore che non sono nell’ovile, richiama
ad una pastorale più coraggiosa che renda il territorio “luogo teologico” in cui
Dio si rivela e salva.
Dal mondo della comunicazione, che ha modernizzato i suoi linguaggi emerge il
bisogno che la Chiesa renda più comprensibile e attuale il suo messaggio e
verifichi quanto e come utilizzi i mezzi di comunicazione sociale. L’Anno
paolino è stato un segno che forse non è stato colto appieno.
Chi vive nel territorio vuole essere aiutato a vivere i suoi problemi e
interagire con tutte le forze operanti in esso. I poveri gridano attenzione e
giustizia e forte sale la richiesta di uscire fuori dall’anonimato. “Perché mi
offrite sacrifici senza numero? Cessate di fare il male, imparate a fare il
bene, cercate la giustizia, soccorrete l’oppresso, rendete giustizia all’orfano,
difendete la causa della vedova” (Is 1,11.17).
Dal Vaticano II (GS in particolare) la Chiesa diocesana riceve la precisa
indicazione che il mondo con le sue gioie ed i suoi dolori è il segno per
eccellenza al quale essa deve guardare.
3.4. QUARTO SEGNO
La Chiesa popolo di Dio: presenza e ruolo dei laici e rapporto con i presbiteri
E’ un segno dei tempi la presenza di laici desiderosi di
partecipare responsabilmente alla vita parrocchiale. Anche la crescita dei
ministeri laicali rivela un maggiore inserimento nella vita ecclesiale. Le
Assemblee parrocchiali, foraniali e zonali li hanno visti protagonisti.
Purtroppo è da registrare una scarsa funzionalità di molti Organismi di
partecipazione che danno ancora ai presbiteri una preponderanza nelle scelte
pastorali.
Il rapporto laici - presbiteri è per lo più improntato a reciproca fiducia ma
la collaborazione non è ancora definita nelle reciproche competenze. Emerge un
forte bisogno di formazione e di corresponsabilità che passa attraverso una
maturazione della vocazione e ministerialità laicale e sacerdotale. La richiesta
di una maggiore e più qualificata formazione dei laici è un segno che interpella
la Chiesa a potenziare il suo progetto formativo.
E’ stato evidenziato lo scandalo che ancora esiste in tante comunità per le
difficoltà relazionali tra sacerdoti di tutte le età e la necessità di una
formazione permanente ed integrale che accompagni i Sacerdoti dalla formazione
in Seminario alla chiara testimonianza di comunione e di fraternità nel
presbiterio.
La Chiesa, soprattutto nei suoi ministeri ordinati, istituiti e di fatto, deve
porsi in discussione, superando autoreferenzialità, supponenza, autoritarismi,
possibili risorgenti tendenze clericali paralizzanti.
Si avverte una mancanza di collegamento fra parrocchia e diocesi.
La presenza di tanti gruppi, movimenti e associazioni rivela la vivacità del
mondo laicale anche se alle volte si registra una chiusura dei medesimi come
esperienza esaustiva di Chiesa.
Lo Spirito interpella a edificare il corpo di Cristo, “ben compaginato e
connesso, con la collaborazione di ogni giuntura, secondo l’energia di ogni
membro che cresce nella carità” (cfr. Ef 4, 16).
4. PROSPETTIVE EMERSE DALLE ASSEMBLEE ZONALI
Dalle Assemblee zonali è emerso chiaramente un diffuso e generale bisogno di rinnovamento nei tre campi della formazione, comunione e missione.
Le comunità ecclesiali agrigentine avvertono la necessità di un cambiamento per:
4.1. Vivere realmente il Mistero che celebrano nella Liturgia.
La dimensione spirituale, e non solo liturgica, appare
slegata dalla vita quotidiana. Se da un lato si avverte una forte esigenza di
spiritualità e si moltiplicano le iniziative spirituali, dall’altro si nota che
le esperienze spirituali vissute non riescono a incidere in maniera determinante
sulle scelte di vita.
Occorre:
- orientarsi verso una celebrazione liturgica che sia azione ed espressione di
comunione dell’intera comunità. La comunione fra i presbiteri, fra i laici
(gruppi, movimenti..), fra gli operatori pastorali potrebbe essere già una prima
testimonianza viva dell’efficacia di quanto si celebra;
- sostenere l’anelito alla collaborazione fra parrocchie: ciò lascia intendere
che stiano maturando le condizioni per riprendere, meglio definire e porre in
essere le Unità Pastorali;
- che le nostre liturgie, finestre sull’eternità, aiutino alla riscoperta della
dimensione escatologica e sacrale del tempo dell’uomo, sapendo coniugare
prudenza e coraggio per rendere le manifestazioni della pietà popolare più
cristologiche e meno folkloristiche;
- riportare la Liturgia vicino alla vita e viceversa con una pastorale
sacramentaria che leghi la ricezione del sacramento all’effettiva vita di fede e
di comunità;
rivedere gli orari delle celebrazioni liturgiche, per rispondere meglio alle
mutate condizioni di vita dei fedeli.
- recuperare la dimensione liturgica della vita intera, in cui ogni laico prenda
consapevolezza che ogni ambiente di vita (lavoro, famiglia, vicinato,
volontariato …) è il luogo giusto e sacro in cui offrire un sacrificio di lode.
4.2. Portare Dio alle famiglie e ai giovani, aiutandoli a scoprire la vita come
parte di un disegno di Dio.
Occorre recuperare in senso ampio la pastorale
vocazionale. I giovani sono in ricerca del senso della loro vita. Gli adulti
devono accompagnarli in questo, aiutandoli a decodificare i segni di Dio nella
loro vita.
Si avverte pertanto l’esigenza di puntare sulla formazione di giovani e famiglie
attraverso:
- un accompagnamento individuale, in contrasto con la massificazione della
cultura contemporanea, portato avanti da operatori che abbiano (o siano
disposti ad acquisire) specifiche competenze su problematiche e tematiche
giovanili;
- l’opera di sacerdoti e laici che si dedichino totalmente a questo servizio
vivendo i luoghi dei giovani e impegnandosi a instaurare con loro relazioni di
amicizia e fiducia e ad accostare le famiglie per coinvolgerle nella missione
educativa.
- l’individuazione di itinerari di crescita nella fede che aiutino i giovani, i
coniugi e gli adulti in genere, a riscoprire il significato del loro essere
cristiani.
- l’attuazione di una Pastorale di strada, i cui luoghi e tempi siano quelli dei
giovani e delle persone che vivono nel territorio.
- la programmazione di una pastorale familiare più incisiva, mirata a
responsabilizzare i genitori circa la loro crescita e la loro funzione di
educatori alla fede.
4.3. Guardare al territorio come a luogo di incarnazione.
Nella pastorale non si può prescindere dalla dimensione
missionaria. L’anelito alla missionarietà si avverte un po’ ovunque nel bisogno
di vivere i luoghi degli uomini, anche se allo stesso tempo si chiede aiuto alla
Diocesi perché ci si sente impreparati e timorosi.
Occorre investire risorse umane e spirituali per elaborare e attuare progetti
formativi che sappiano coniugare fede e vita, stimolare il senso di legalità e
giustizia sociale, fornire gli strumenti culturali ed esperienziali necessari
perché il cristiano possa avere parte attiva nella società, anche attraverso il
suo personale impegno politico.
L’attenzione al territorio non può prescindere dal riconsiderare in esso la
redistribuzione delle parrocchie e dei sacerdoti operando con coraggio scelte
che ridiano agli stessi radicalità e credibilità. Occorre creare – sulla base di
motivazioni d’ordine spirituale - l’abitudine alla programmazione comunitaria e
agli incontri assembleari ad ogni livello di vita ecclesiale: dalla Parrocchia
alla Diocesi, passando per la Città e il Vicariato Foraneo.
Risulta urgente una valorizzazione dei Mass Media e un lavoro sinergico con le
istituzioni e gli enti, pubblici e privati, che già operano nel sociale.
Il moltiplicarsi delle presenze straniere nel territorio delle diverse zone
pastorali richiede inoltre un’attenzione specifica per le minoranze cristiane
che vi risiedono.
In ogni caso e per ogni povero, l’esercizio della carità deve superare il puro
assistenzialismo con interventi programmati e qualificati, anche a livello
diocesano, e anche attingendo a fondi di finanziamento pubblici e privati, che
mirino a restituire alla persona in difficoltà dignità e futuro.
4.4. Riscoprire la specificità della “vocazione laicale”.
Restituendo alla liturgia il valore propulsore verso un
impegno concreto nel mondo e proiettando le attività pastorali sul territorio, i
laici riacquistano la propria identità di “lievito” che, agendo dal di dentro,
fa lievitare la pasta.
Le Scuole di formazione sociale e politica richieste da più parti, la
realizzazione di progetti caritativi, il coinvolgimento delle scuole e delle
famiglie, sono tutte attività in cui i laici possono essere protagonisti.
Occorre che gli organismi di partecipazione svolgano effettivamente la loro
funzione. Il ruolo insostituibile dei laici in essi deve avere lo scopo di
fornire alla comunità una chiave di lettura più laica della realtà e di
contribuire alla individuazione di percorsi concreti che rispondano alle istanze
sociali, formative e spirituali del territorio.
Alla riscoperta della vocazione laicale deve accompagnarsi, affinché si realizzi
vera comunione e sinergia fra i carismi, un’altrettanto indispensabile
riscoperta della “vocazione sacerdotale”. Anche i sacerdoti devono essere
accompagnati nella riscoperta, alla luce del Vaticano II e dell’anno dedicato
dal S. Padre al sacerdozio, di ciò che più intimamente rientra nel sacerdozio
ministeriale perché sia valorizzato il sacerdozio comune dei fedeli.
Si avverte, a tal fine, l’esigenza di investire ancora nella formazione di
sacerdoti e laici perché, ciascuno nelle sue specificità, riscopra motivazioni e
stili di vita evangelici.